{"id":45,"date":"2004-05-12T00:00:31","date_gmt":"2004-05-12T00:00:31","guid":{"rendered":"http:\/\/www.luca-casagrande.com\/?p=45"},"modified":"2016-06-03T03:05:11","modified_gmt":"2016-06-03T01:05:11","slug":"la-grandezza-di-antonio-cesti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/luca-casagrande.com\/press\/la-grandezza-di-antonio-cesti\/","title":{"rendered":"\u201cAspettate! Adesso Canto\u201d. Luca Casagrande scopre la grandezza di Antonio Cesti"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Milano, maggio 2004.<\/strong> Esaminando i manoscritti delle cantate di Antonio Cesti (Arezzo,1623-Roma, 1669) si affaccia alla mente un primo, immediato pensiero: improponibili. Per rendere ascoltabili al giorno d\u2019oggi questi abbozzi dall\u2019apparenza scorretta e noiosa, e rendere cos\u00ec giustizia alla ricchezza e all\u2019originali\u00e0 dello \u201cstile grazioso\u201d di Cesti e ai suoi \u201cmeravigliosi\u201d poeti (qui Giovanni Filippo Apolloni e Sebastiano Baldini, ma non dimentichiamo nomi come quello di Salvator Rosa) c\u2019\u00e8 bisogno di artisti che sappiano creativamente utilizzare le pratiche della variazione e dell\u2019improvvisazione. Siamo in pieno Barocco, et\u00e0 di patetismi e virtuosismi, di linguaggio metaforico, arditamente allegorico, iperbolico, fiorito ed immaginoso. La \u201cpoetica della meraviglia\u201d. Il presente lavoro discografico, prodotto e interpretato da Luca Casagrande, ha centrato l\u2019obiettivo di restituirci, attraverso un lavoro di restauro attento, accurato, sensibile, un polittico dalle tinte smaglianti e dai riflessi vividi, sottratti alle cortine fumose depositatevi dal tempo e dall\u2019incuria. E che questo accada attraverso il solo uso di clavicembalo e voce, ha in s\u00e9 dello stupefacente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo cd appartiene ad una \u201cterza fase\u201d, per cos\u00ec dire, dell\u2019iter discografico di Luca Casagrande. Escluso l\u2019album d\u2019esordio &#8211; in cui Casagrande si proponeva interprete di monodie d\u2019inizio Seicento, come tenore di tipo baritonale, cercando, in via ipotetica, di ricalcare i modi di un Rasi, un Peri e forse un Caccini &#8211; la \u201cprima fase\u201d \u00e8 caratterizzata da una vocalit\u00e0 rotonda, piena, chiaramente baritonale, ma controllata, e quanto a volume, e sul piano espressivo, e da una cura particolare per l\u2019intonazione e la dizione. Musicalmente, da un gusto per l\u2019accompagnamento essenziale, scarno. Il contributo alla conoscenza d\u2019inedite cantate, in chiave di basso, con basso continuo e violini, e delle tre sonate per due violoncelli, di Alessandro Scarlatti, rimane uno dei migliori lavori in disco di Casagrande. Per far discutere gli \u201caddetti ai lavori\u201d. Una \u201cseconda fase\u201d, compresa grossomodo tra il 1999 e il 2002, \u00e8 caratterizzata dalla collaborazione con altri cantanti e ci consegna il ritratto di un cantante pi\u00f9 occupato a mettere in luce le sue doti di musicalit\u00e0 e senso dello stile, che a sfoggiare sonorit\u00e0 baritonali: la voce \u00e8 leggera, capace di suggestive trasparenze e di notevoli raffinatezze, perci\u00f2 destinata a non incontrare i gusti dei \u201cvociazzari\u201d. Esemplari, in questo senso, i lavori sulle cantate a una e due voci di Agostino Steffani e il recital donizettiano, con la riproposizione, in entrambi i casi, del tipo del tenore baritonale d\u2019epoca barocca (vale a dire, grossomodo, del baritono) e del baritono d\u2019et\u00e0 protoromantica. Le atmosfere musicali sono sempre rarefatte. Nella presente \u201cterza fase\u201d, apertasi da poco &#8211; a parte il raffinatissimo esercizio in \u201cstile sublime\u201d (in parole povere, di canto \u201ca fior di labbro\u201d) su m\u00e9lodies di Hector Berlioz, versi di Th\u00e9ophile Gautier, e Claude Debussy, versi di Paul Verlaine e Pierre Lou\u00ffs), leggermente sofisticato, forse, e corredato da un pianismo ineccepibile tecnicamente, ma freddo e per nulla attento alle ragioni della voce &#8211; il timbro di Casagrande si scurisce, si fa schiettamente baritonale, la voce \u00e8 pi\u00f9 ampia e risonante, il vibrato pi\u00f9 largo, le note pi\u00f9 potentemente immascherate che in precedenza. Il canto si fa vividamente drammatico, o assume tinte corrusche, tragiche. Fa capolino il grotesque. Di conseguenza, anche l\u2019atmosfera si fa tagliente, traboccante di riferimenti letterari e teatrali, e sempre evocativa dei climi culturali, in cui si sono mossi gli autori e i compositori trattati (Albert Roussel che musica i lirici greci tradotti da Leconte de Lisle, tra tutti). I CD sono corredati dagli unici libretti davvero esaustivi della gran parte delle produzioni discografiche, italiane e no, ospitando veri e propri saggi musicologici di grande interesse e per il profano, e per lo studioso. A questa \u201cterza fase\u201d appartiene il presente lavoro sulle cantate di Antonio Cesti. Insomma, il disco, per Casagrande, \u00e8 palesemente terreno di sperimentazione, un vero e proprio \u201cwork in progress\u201d. E il baritono \u00e8 un autentico \u201ccamaleonte vocale\u201d, come gi\u00e0 acutamente ha rilevato la critica d\u2019oltralpe, tedesca in particolare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel CD su Cesti il colore, complessivamente, con le dovute distinzioni tra cantata e cantata, \u00e8 tendenzialmente \u201csombre\u201d, l\u2019atmosfera \u00e8 notturna, la voce \u00e8 corposa, le intenzioni sono drammatiche, nel rispetto dello stile \u201cgrazioso\u201d di Cesti: ne sono, anzi, l\u2019interpretazione non manierata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Il Nerone&#8221;, la prima delle sei eterogenee cantate registrate, non si limita a ritrarre e stigmatizzare la figura storica di un presunto tiranno e il suo presunto funesto operato. Non si tratta solo della condanna morale della tirannia come forma di governo. In realt\u00e0, questa cantata contrabbanda, ben celati sotto il telone mimetico del moralismo, due concetti basilari: il potere esercitato va difeso, e chi lo esercita si crea inevitabilmente dei nemici; il male \u00e8 necessario, uccidere \u00e8 necessario. Si potrebbe affermare che ogni uomo ha in s\u00e9 la propria diabolicit\u00e0, sia perch\u00e9 Lucifero, all\u2019origine, \u00e8 un angelo caduto, il perdente tra due forze inizialmente equivalenti e insomma il simbolo di un primato non gi\u00e0 malvagio ma alternativo e divenuto, con la sua sconfitta, alieno. Per quanto riguarda la prestesa crudelt\u00e0 di Nerone \u2013 per nulla inferiore a quella di un Tiberio, peraltro \u2013 ci si pu\u00f2 rifare a due archetipi contrapposti: procurarsi il cibo e uccidere. Due operazioni faticose, di cui si finirebbe per fare a meno, se non se ne ricavasse un piacere profondo. L\u2019obiezione per la quale mangiare \u00e8 indispensabile, uccidere no, ci porta a scavare pi\u00f9 a fondo per capire cosa si cela dietro quest\u2019aberrante equazione: uccidere non \u00e8 necessario, ma morire s\u00ec. Ovvio che in un sistema caratterizzato da una direzione mentale orientata al culto della vita e della sua difesa ad oltranza, questo concetto sia quantomeno scomodo. E nonostante si delinei, a ben guardare, il concetto che la morte altrui sia indispensabile, o utile, per la propria esistenza, ovviamente l\u2019assassino \u00e8 un \u201cmostro\u201d. Tuttavia, il concetto \u00e8 vero, non sul piano individuale, ma sul piano del nostro sistema planetario, costantemente minacciato dai pericoli della sovrappopolazione (il cui contraltare inevitabile \u00e8 il primordiale terrore della denatalit\u00e0) e dell\u2019esaurimento delle risorse disponibili. Semplificando, la vita umana \u00e8 programmaticamente limitata, affinch\u00e9 le vecchie generazioni lascino spazio alle nuove; nell\u2019ambito di questi limiti, ogni uomo \u00e8 indotto a proteggere e difendere la propria esistenza con dei riflessi immediati e il desiderio di prolungarla al massimo, anche a costo d\u2019un\u2019avvilente decadenza. La vittoria collettiva sulla morte sarebbe, in realt\u00e0, una catastrofe, ma sarebbe pure una catastrofe un abbassamento collettivo della volont\u00e0 di combattere la propria morte. Ecco perch\u00e9, soluzione semplice e consona all\u2019egopatia basilare del genere umano, la propria morte \u00e8 un male, ma la morte altrui pu\u00f2 essere un bene, e, eventualmente, va aiutata con l\u2019omicidio. Aggiungerei che il carnefice deve odiare le sue vittime: la morte volontariamente inflitta non sar\u00e0 mai rapida, asettica, anonima. La crudelt\u00e0 emerge qui in una serie di rituali terrificanti, assume il carattere di un rito composto da programmatiche tappe successive (come risulta dai film e dalla letteratura hardcore) e in un certo senso \u00e8 interpretabile alla stregua di una sacra rappresentazione diabolica. Quindi, finzione scenica, dramma, situazioni a tinte forti, sfida al rischio vissuta sulla propria pelle: questo \u00e8 il Nerone che esce dalla cantata di Cesti. La chiusura moralistica del brano suona in parte di prammatica, in parte ironica: il poeta, affermando che \u201csul banco d\u2019Astrea debito non si fa che non si paghi\u201d, tende a giustificare la cattiva, immeritata fama postuma dell\u2019imperatore romano \u2013 \u00a0immeritata quanto quella di altri suoi &#8220;malvagi&#8221; predecessori e successori \u2013 ma mette in guardia, tra le righe, i giudici frettolosi, perch\u00e9 dopotutto, le apparenze, come si dice, ingannano, e la storia pu\u00f2 rivelare sorprese inaspettate. Casagrande coglie bene il senso nascosto nel doppiofondo della cantata, deforma provocatoriamente la propria voce, che si fa, di volta in volta, incisiva, declamatoria, tagliente, stentorea, regalmente sdegnosa, diabolica, furente e selvaggia, ad affermare perentoriamente la figura di un imperatore solo nella sua quasi-onnipotenza, tradito da tutti, intorno, in virt\u00f9 del suo intendere il proprio ruolo. Un potente beffardo, sprezzante e consapevole della portata dei suoi atti eversivi. Un potente che si prende crudelmente o brutalmente gioco del potere stesso, quando imbrigliato da ipocriti precetti di \u201cbuon governo\u201d. Una figura paradossale e indifferente alle conseguenze del magnifico paradosso che incarna. Nerone non \u00e8 certo passato all\u2019immaginario collettivo solo per aver perseguitato, nella leggenda, qualche gruppo di proto-cristiani o aver fatto incendiare, senza che ce ne sia mai stata prova alcuna, anzi con prove del contrario, qualche quartiere dell\u2019Urbe.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Musicalmente e dal punto di vista della tecnica vocale, questa cantata si pu\u00f2 definire certamente virtuosistica, non solo per la difficolt\u00e0 di ritrarre compiutamente una figura storica d\u2019eccezione, ma perch\u00e9 si tratta di un concentrato di ogni genere d\u2019agilit\u00e0: legata, martellata, granita, staccata, di bravura o \u201cdi sbalzo\u201d, di grazia, aspirata. In definitiva, esige dimestichezza con la tecnica del vocalizzo d\u2019agilit\u00e0. A dimostrazione del fatto che, con Cesti, la \u201cglorificazione della vocalit\u00e0\u201d, come afferma Celletti, compie un notevole passo in avanti. Casagrande affronta vittoriosamente questo scoglio e anzi, riesce a far aderire le ardue figurazioni musicali al testo, ottenendo il risultato d\u2019un\u2019eloquenza rara. Le lievi discrepanze e qualche incrinatura quasi inavvertibile, qua e l\u00e0, nella voce di Casagrande sono l\u2019inevitabile portato d\u2019un\u2019interpretazione tanto intensa.<br \/>\nChi non prova star lontano, versi d\u2019autore finora ignoto, \u00e8 una delle pi\u00f9 piacevolmente scorrevoli melodie di Cesti, che musica un testo patetico-amoroso con grazia squisita. La struttura della cantata si avvicina a quella di una canzone con \u201cda capo\u201d variato. Di essenziali eleganza e pertinenza stilistica le variazioni di Luca Casagrande. La voce di Casagrande, quanto ne Il Nerone si piegava alle esigenze drammatiche di un vero e proprio monologo operistico, tanto, qui, sfodera un bel velluto baritonale, che assicura al brano tutta la cantabilit\u00e0 che esige. Inizialmente, l\u2019intonazione tende ad essere leggermente crescente, ma la bellezza del colore dalla trasparenza dell\u2019opale nobile, i bei chiaroscuri e un \u201cda capo\u201d, che potremmo definire rasente la perfezione, per intonazione, appunto, e sicurezza nelle improvvisazioni, fanno s\u00ec che il difetto iniziale faccia gioco alla resa dell\u2019intera cantata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;La Corte&#8221; \u00e8 senza dubbio la pi\u00f9 difficile tra le cantate di Cesti raccolte in questo lavoro, e per gl\u2019interpreti, e per l\u2019uditorio. Lunghi recitativi attraverso i quali si snoda un\u2019incubo del poeta, sul far del mattino (\u201cEra l\u2019Alba vicina\u201d). Immersa in una luce caravaggesca, un\u2019opulenta dama invita il poeta a Corte. La Corte \u00e8 la dama stessa, naturalmente, e le sue apparenti opulenza e raffinatezza, vorrebbero celare aspetti evidenti e a malapena sopportabili del vivere cortigiano \u2013 invidia, servilismo, corruzione, ambiguit\u00e0, perversioni anche sessuali, intrighi, ipocrisie. \u00c8 degno di nota quanto, di l\u00e0 dalla convenzionale condanna satirico-moralistica, traspaia quanto l\u2019autore disprezzi profondamente ed autenticamente la letale noia che spinge i cortigiani alla frenetica ricerca di ogni sorta di compenso, quanto il suo disprezzo investa senza piet\u00e0 la vacuit\u00e0 e l\u2019inutilit\u00e0 del vivere a Corte, e i cortigiani stessi, deboli e compiaciuti. Lo stesso autentico disgusto che, alla fine degli Anni \u201980 del Seicento, il grande Agostino Steffani, in procinto di lasciare per sempre i fasti e i nefasti della Corte di M\u00fcnchen, per il teatro pubblico di Hannover, esprimeva senza mezzi termini, in una lettera al fratello Ventura Terzago.<br \/>\nLa linea vocale di questa cantata \u00e8 frastagliata quanto, se non pi\u00f9, di quella de &#8220;Il Nerone&#8221;, e si spinge dagli estremi bassi a quelli acuti della gamma vocale raggiungendo l\u2019estensione di due ottave piene (La1-La3). I lunghi recitativi si aprono all\u2019improvviso in ariosi virtuosistici, in cui il vocalizzo, se non raggiunge l\u2019incisivit\u00e0 drammatica delle stesse figurazioni ne &#8220;Il Nerone&#8221;, propongono una dimensione tra il narrativo e il drammatico delle vicende oniriche del protagonista. Casagrande vivifica con un profluvio di appoggiature, variazioni e portamenti, e con continui cambi di colore vocale, una parte che, altrimenti risulterebbe inesorabile nella sua monotonia. Il baritono d\u00e0 vigore ai vocalizzi, che canta per lo pi\u00f9 in colore scuro, ma li rende esatti, oltre che corposi, nel pieno rispetto dell\u2019eleganza richiesta da Cesti, e anzi arricchendola di elementi interpretativi drammatici e sanguigni. La voce, in tanto balzare dagli estremi bassi \u2013 non sempre perfetti, ma di un bello smalto di autentico basso, pi\u00f9 che di baritono \u2013 a quelli acuti della gamma, rivela, astutamente camuffate, le lievi, inevitabili disuguaglianze che da sempre la caratterizzano. Questo pu\u00f2 urtare il sensorio di ascoltatori in cerca della perfetta omogeneit\u00e0, ma, d\u2019altro canto, entusiasmare chi \u00e8 interessato alla musicalit\u00e0 e all\u2019espressivit\u00e0 di una voce. La dizione, qui, come in tutte le cantate del cd, \u00e8 chiarissima. Riguardo a questa cantata, sar\u00e0 difficile, in futuro arrivare a fare di meglio e di pi\u00f9. Certo, potr\u00e0 essere, forse, letta con una maggior cura dell\u2019uguaglianza dei suoni, ma molto difficilmente interpretata, non a questi livelli. Personalmente, riteniamo questa di Casagrande un\u2019interpretazione \u201cdi riferimento\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Insegnatemi a morire&#8221;, \u00e8 la cantata forse pi\u00f9 adatta al nostro orecchio, se ci si permette di semplificare, in quanto, pur essendo tutt\u2019altro che facile, \u00e8 caratterizzata da un efficace refrain che si ripete pi\u00f9 volte, e da una melodia non proprio lineare, ma che rimane in testa. Si tratta di una cantata dai contenuti esplicitamente filosofici, ispirata alle istanze stoiche di gruppi vicini ad Apolloni (l\u2019autore dei versi) e Cesti stesso, ed \u00e8, probabilmente, il brano meglio cantato e interpretato con maggior misura. Esemplari le lunghe messe di voce di Casagrande sulle invocazioni \u201cOh, Cieli\u201d, \u201cOh! Numi!\u201d, \u201cOh! Stelle!\u201d. Sembra quasi che Casagrande qui abbia avuto in mente i versi di Henry Vaughan (1622-1695): \u201c Vidi l\u2019Eternit\u00e0, la scorse notte\/simile a un grande anello di pura e sterminata luce\/tutto calma e splendore.\/ Sotto ruotava il Tempo, in ore, giorni, anni\/sospinto dalle sfere\/come ombra immensa dove il mondo\/si scaglia e ogni cosa con lui\u201d (\u201cThe World\u201d).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La stessa concezione filosofica si ritrova nella cantata successiva &#8220;Era la Notte e muto&#8221;, che ricalca in maniera piuttosto complessa i modi di una canzone strofica, con un testo dai contenuti apparentemente pastorali e amorosi. Qui la voce \u00e8 davvero bella: piena, ombrosa, pastosa, ricrea perfettamente il clima notturno e patetico, sia nel recitativo iniziale che si trasforma a poco a poco in un arioso, sia nell\u2019aria con \u201cda capo\u201d, caratterizzata dall\u2019iterazione della frase \u201cSono Amante geloso! Ah! Non \u00e8 poco!\u201d, che \u00e8, di per se stessa un compendio di mezze tinte, effetti eco, colori pieni, improvvisazioni, variazioni, giochi agogici e dinamici di stupefacente variet\u00e0. Anche questa \u00e8 da ritenersi un\u2019interpretazione di riferimento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E, finalmente, &#8220;Aspettate! Adesso canto&#8221;, cantata singolare a attualissima in cui Baldini e Cesti mettono in ridicolo senza mezzi termini, con corrosivo sarcasmo, la situazione in cui versava la produzione musicale del loro tempo (non molto differente dall\u2019attuale). La dimensione stilistica di questa cantata \u00e8 il grottesco, quale doveva essere in effetti la reale situazione del mercato musicale del tempo, caratterizzata dall\u2019incessante richiesta di arie ed ariette da parte di una crassa committenza borghese, velleitaria e salottiera, insaziabile, per la quale era importante, nel corso di riunioni mondane, figurare con sempre nuove e sempre pi\u00f9 vacue e ripetitive composizioni, estorte a compositori stremati, al tintinnio di non tanto grandi quantit\u00e0 di \u201cmoneta del reame\u201d, peraltro. Casagrande non si preoccupa qui pi\u00f9 di tanto delle esigenze del belcanto, pur improvvisando e diminuendo a dovere. Gl\u2019interessa recitare il brano, acch\u00e9 non se ne perda mai il senso. Il carattere dell\u2019interpretazione \u00e8 scanzonato e brillante, il colore della voce \u00e8 complessivamente chiaro, a tratti la voce stessa \u00e8 parlante. Appartenente a pieno diritto alla categoria del grottesco l\u2019intervento parodistico del contraltista Andr\u00e9 Gala Cusac, che imita uno scadente contraltista dilettante alle prese con il solito mediocre testo amoroso. La cantata \u00e8 la chiusa ideale al CD.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il libretto \u00e8 documentatissimo, grazie ad un esaustivo saggio introduttivo di Luca Casagrande. A proposito di libretti-saggio, ribadiamo e precisiamo quanto scritto all\u2019inizio di questa recensione: la Fono Enterprise ha fatto e fa un gran parlare della completezza dei libretti delle proprie pubblicazioni discografiche. Quisquilie, rispetto ai libretti dei CD di Casagrande. Leggere per credere. Copertina in b\/n, con foto degli interpreti, inserti rossi e caratteri tecnologico-avveniristici, che hanno il pregio di contribuire a svecchiare, e ce n\u2019\u00e8 sempre bisogno, questi fondamentali lavori di recupero e riproposizione dei veri grandi autori italiani ingiustamente dimenticati. Lodevole.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: right;\"><strong>Ilaria Daolio<br \/>\nStoria della letteratura e del teatro musicali<br \/>\nIstituto Monteceneri<br \/>\nMilano<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Milano, maggio 2004. Esaminando i manoscritti delle cantate di Antonio Cesti (Arezzo,1623-Roma, 1669) si affaccia alla mente un primo, immediato pensiero: improponibili. 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